Ungenach è la vasta, ricchissima proprietà ereditata dai fratelli Zoiss. Ma non è solo l' insieme di tenute redditizie, campi coltivati, fabbricati, boschi. E' anche il luogo del passato, del peso di ricordi, di storie familiari, conflitti, che ritornano ossessivi nella mente dei due fratelli che se ne sentono soverchiati e prigionieri. Per Karl Ugenach "significa pazzia", per Robert "un peso spaventoso e nient'altro", perciò sono scappati via: il primo in Africa, il secondo negli USA. Robert rimane, dopo la morte di Karl, rimane l'unico erede. Allora con un atto, da un lato sconcertante, nel tentativo di affrancarsi dal passato e guadagnare la libertà, se ne libera donando le numerose e ricche proprietà a trenta "bizzarri" beneficiari tra cui quattro carcerati, un ricoverato in manicomio, alcuni manovali, un guardaboschi, un giardiniere. Ugnuno di noi ha una Ungenach interiore: vincoli familiari, ricordi tormentosi, sensi di colpa nevrotici, nodi non sciolti, doveri da cui ci lasciamo ancora dominare, che ci legano al passato e, dunque, al non essere. Ma non sempre siamo capaci di liberarcene come fa invece Robert il protagonista del racconto di Bernhard
Psicologa,Psicoterapeuta,filosofa, istruttrice Mindfulness: alla fonte autentica della Psicologia Umanistica*
Neuroscienze, neuroetica, filosofia della mente, psicoterapia
domenica 22 agosto 2021
giovedì 5 agosto 2021
VI CONVEGNO CASSINATE DI NEUROETICA E FILOSOFIA DELLE NEUROSCIENZE. "La VITA DELLE MENTI. A.Lavazza, M.F. Pacitto, S. Canterini, B. Bruno, P. Perconti, F. Ferretti, M. Celentano, F. Pellecchia
SOCIETA’ ITALIANA DI
NEUROETICA E FILOSOFIA DELLE NEUROSCIENZE
“La vita
delle menti”
6° CONVEGNO CASSINATE (1-2 Ottobre)
VENERDI’ 1 Ottobre
Aula Magna de l’Università degli
Studi di Cassino
Folcara, via Sant’Angelo
14 e 45 Registrazione dei partecipanti
15 Apertura dei lavori
15 e 10 Saluto del Magnifico Rettore dell’Università di
Cassino, GIOVANNI BETTA
15 e 20 Saluto del Vicepresidente della Sine, ANDREA LAVAZZA
(Università di Pavia)
I Sessione: presiede VINCENZO FORMISANO (Università degli Studi di Cassino)
Presentazione
del libro Neuroetica, ed. Aracne
Intervengono: ANDREA LAVAZZA: Neuroetica: una nuova sfida scientifica
MARIA FELICE PACITTO: Sentimentalismo e razionalismo nell’attuale ricerca neuroscientifica. La carrellologia e i dilemmi morali
II Sessione: presiede MARIA FELICE
PACITTO (Centro Psicologia Umanistica-fenomenologico-
esistenziale)
16 e 30 PIERO
PERCONTI (Università di
Messina)
Nel cervello di un auto. Vetture
a guida autonoma e dilemmi morali
17 e 10 Discussione
17 e 20 FAUSTO PELLECCHIA (Università degli Studi di Cassino)
Il luogo dell’etica nel Tractatus
logico-philosophicus di Wittgenstein
18 Discussione
18 e 10 RODOLFO GIORGI (Università di Pisa)
L’identità personale e le proprietà essenziali della mente
18 e 50 Discussione
SABATO 2 Ottobre
Palazzo Badiale (Piazza Corte)
9.
Registrazione dei partecipanti
I Sessione:
presiede MARIA FELICE
PACITTO
9 e 10 MARCO
CELENTANO (Università
degli Studi di Cassino)
Evoluzione animale ed umana; utilità e
limiti del concetto di continuità
9 e 50 Discussione
10 JESSICA VETTESE (Università
Politecnica delle Marche)
Insieme o da soli. La protocooperazione tra “ polipi Aurelia”
10e 40
Discussione
II sessione:
presiede ANDREA LAVAZZA
10 e 50 FRANCESCO FERRETTI
(Università Roma3)
Mente
e linguaggio: il confine tra esseri umani e animali non umani
11 e 30
Discussione
11 e 40 SONIA CANTERINI (Universtà di Roma
La Sapienza),
Gli abbracci ai tempi delle Neuroscienze
12 e 15 FRANCESCO BRUNO (Centro Reg. di Neurogenetica Lamezia Terme)
Gli effetti della riduzione del contatto fisico positivo causata dalla pandemia di covid-19 sulla salute mentale
12 e 50
discussione
13
Conclusioni e chiusura dei lavori
13 e 15 Colazione
Saranno
applicate tutte le misure preventive
sanitarie previste dalla normativa anticovid-19.
La
partecipazione è gratuita e su richiesta verrà rilasciato relativo attestato
Il
numero dei partecipanti è contingentato per motivi anticovid sarà utile comunicare la propria partecipazione (se ad una delle due giornate o all’intero
convegno) all’organizzazione scientifica o alla segreteria entro il 18
settembre
Per informazioni
Organizzazione Scientifica:
Andrea
Lavazza, vicepresidente della Società di Neurotica
(segretario@societàdineuroetica.it)
Maria
Felice Pacitto, Centro Psicologia Umanistica e Analisi Esistenziale (mariafelice@humanistic-psyc.it)
Segreteria:
Catia
Canciani –Università degli Studi di Cassino (cat.c@libero.it)
Max
d’Aliesio (referente scuola secondaria) Liceo classico “G. Carducci
(eisner@libero.it)
domenica 18 luglio 2021
Scuola Cassinate di Alta Formazione in neuroetica e Filosofia delle neuroscienze: " Il problema mente-corpo: tra Dualismo e Monismo" di Rodolfo Giorgi
Il problema mente-corpo: tra Dualismo
e Monismo
Il problema mente-corpo è una delle questioni più complesse e apparentemente insolubili che sono state affrontate nella storia del pensiero filosofico. Potrebbe essere riassunto in una domanda che probabilmente molti individui si pongono riflettendo sulla natura della propria vita cosciente: che cosa fa sì che le attivazioni delle nostre cellule nervose e, in generale, tutti i fenomeni fisici che si realizzano nel nostro cervello diano luogo a quell’esperienza soggettiva e privata che ci accompagna per gran parte della nostra esistenza e che è denominata “coscienza”?
Da questo quesito fondamentale si avvia la riflessione
filosofica contemporanea che ha come oggetto di analisi il rapporto tra il
dominio del mentale ed il dominio del fisico a cui naturalmente appartiene il
cervello. Infatti, mentre gli stati fisici del cervello sono osservabili sempre
in terza persona e su un piano
intersoggettivo, ossia possiamo comprenderne le caratteristiche fondamentali e
il loro funzionamento attraverso un’indagine empirica accessibile da molteplici
punti di vista, gli stati della nostra esperienza mentale sono accessibili da
un unico punto di vista, ossia il punto di vista del soggetto. In altri
termini, solo “io” posso sapere qual è l’esperienza peculiare che provo nel
momento in cui assaggio una fetta di torta o sto guardando un tramonto, e
questa esperienza è data dal carattere soggettivo e privato degli stati
coscienti di cui io sono soggetto. Tale carattere sembra apparentemente inconciliabile
con il carattere oggettivo e pubblicamente accessibile dei dati e delle
conoscenze inerenti al funzionamento del cervello ed alla sua costituzione.
D’altro canto, noi sappiamo bene che ciò che possiamo esperire o pensare siamo
in grado di farlo grazie all’attività nervosa e, quindi, in virtù di
quelle proprietà fisiche dell’encefalo che ci permettono fisicamente di
essere soggetti dell’attività mentale in generale. Se io infatti soffrissi di
una qualche menomazione fisica sul piano cerebrale o avessi un incidente che mi
provoca un trauma cerebrale, le mie facoltà mentali sarebbero sicuramente
compromesse e la mia vita mentale potrebbe mutare in modo irrimediabile. Non
avrei più lo stesso genere di vita mentale di cui ero soggetto prima di subire
quel trauma. Ciò significa che evidentemente esiste una correlazione tra gli
stati mentali ed il funzionamento del cervello, e che l’apparato cerebrale
influenza le facoltà mentali del soggetto. Pertanto, il problema mente-corpo
nasce precisamente dalla consapevolezza di questa apparente incompatibilità tra
due domini, il mentale ed il fisico, che pure sappiamo essere correlati
strettamente. In particolar modo, coloro che nella filosofia della mente
contemporanea si sono interrogati su questo dilemma hanno analizzato la natura
della relazione tra gli stati mentali e quelli corporei.
Le teorie della mente di ispirazione materialistica (o fisicalista) hanno cercato di risolvere il problema riconducendo l’insieme degli stati ed eventi mentali alle proprietà fisiche del cervello attraverso le relazioni dell’identità o della sopravvenienza. In altre parole, gli stati mentali, secondo questi studiosi, sarebbero identici o perlomeno sopravvenienti a quelli fisici del cervello. La cornice generale di queste tesi è solitamente di tipo monistico in quanto esse prevedono l’esistenza di un solo genere di sostanza, ossia il cervello. Nell’ambito di tale ontologia monistica, si possono ammettere o postulare anche entità diverse dal cervello nella descrizione del funzionamento della vita mentale, ma esse avranno esclusivamente un valore funzionale o categoriale, mentre sul piano ontologico esisterà soltanto il cervello. Le ipotesi di questo tipo hanno l’innegabile vantaggio di offrire soluzioni che possono essere compatibili con le neuroscienze e le scienze empiriche e vengono in genere accolte favorevolmente nel clima materialistico odierno, tuttavia talvolta ignorano o non riescono ad assegnare un ruolo preciso al carattere fondamentale e irriducibile della coscienza, la quale sembra possedere proprietà e stati distinti rispetto a quelli indagati dalle scienze empiriche. A causa di questa difficoltà, negli ultimi decenni abbiamo assistito al fiorire di teorie della mente che, al contrario, hanno ritenuto che il dominio del mentale fosse nettamente distinto e separato da quello fisico, cercando di dimostrare l’esistenza di proprietà non fisiche della coscienza, o addirittura, nelle versioni più radicali e audaci, di sostanze non fisiche corrispondenti a quelle entità che riteniamo essere i soggetti della vita mentale. Queste teorie, di chiara matrice dualista, pur riuscendo a giustificare il carattere privato dell’esperienza soggettiva, si sono dovute tuttavia scontrare con il problema fondamentale che da secoli affligge ogni paradigma di tipo dualistico, ossia la difficoltà di spiegare che tipo di interazione o relazione causale dovrebbe sussistere tra le entità non fisiche e quelle fisiche.
venerdì 16 luglio 2021
Come andrà a finire? I vaccini non bastano: l'esito della pandemia, dipende in buona parte dai nostri comportamenti
(Già pubblicato su
l’Inchiesta, quotidiano cassinate)
Tutto il processo evolutivo è il
risultato del caso, ovvero di alcuni eventi contingenti che hanno portato
cambiamenti e sviluppo in un senso piuttosto che in un altro. Se noi
riavvolgessimo la bobina del film della vita sulla terra non è detto che ritorneremmo
dove siamo ora. Ora in un certo
senso anche l’esplosione del covid
proprio alla fine del 2019 è stato frutto di una contingenza. Poteva, però,
essere affrontata diversamente, dato che alcuni scienziati avevano prevista già
da tempo le conseguenze disastrose degli squilibri ambientali con la
conseguente distruzione degli ecosistemi che a loro volta facilitano il salto
di specie. Se c’è qualcosa di insostenibile per l’essere umano è l’incertezza. Per cui preferiamo non vedere
e non attrezzarci per il futuro. Eppure il caso, le contingenze, ci dicono che
il nostro cammino non è già scritto e che i nostri comportamenti possono fare
la differenza perché Il cammino non è prefissato ma si traccia con l’andare
avanti. Le conseguenze del covid sulla salute sono state devastanti, non solo
quelle dirette, dovute all’ammalarsi di covid, ma anche quelle indirette e
cioè l’aggravarsi di malattie serie o mortali che non sono state sufficientemente
curate a causa della pandemia che ha
impegnato la quasi totalità delle risorse sanitarie e per le difficoltà di
movimento che hanno impedito il raggiungimento dei luoghi di cura. Le limitazioni di movimento non hanno gravato
solo sulla possibilità di svagarsi e di
viaggiare, di andare in palestra o in discoteca. Le conseguenze delle
restrizioni, doverose, hanno avuto ben altre
e gravi conaseguenze sulla possibilità di muoversi per curarsi . Su
questo tutti dovrebbero riflettere e smettere di lamentarsi per quei minimi
divieti che sono rimasti e per quelle regole che ancora devono essere osservate
e dovranno esserlo ancora per molto. I
vaccini ci hanno aperto a condizioni di
vivibilità impensabili solo fino ad un mese fa. Ma non sono la soluzione
totale. I vaccini fondamentalmente ci preservano dal contrarre il virus in
forma grave e dalla morte ma non risolvono il problema. Esiste la possibilità
di altre varianti ed esiste la reattività individuale al vaccino che non sempre
produce un livello di anticorpi desiderabile ed esiste, pur vaccinati, la
possibilità di reinfettarsi e trasmettere il virus. A questo si aggiunge il fatto che non tutti
vogliono vaccinarsi (si parla di 10 milioni di persone) a causa, anche, di alcuni esiti fatali (fortunatamente
pochissimi) determinati dalla vaccinazione e che ha portato più volte il
Ministero della Salute a rivedere i protocolli di somministrazione ingenerando
paura e sfiducia.
Stando così le cose Il controllo
del virus dipende fondamentalmente dai nostri comportamenti. Ma noi siamo
esseri a razionalità limitata. Siamo preda di molte distorsioni cognitive che
l’evoluzione ci ha lasciato in eredità, ad esempio il bias di conferma cioè la tendenza ad accogliere solo quelle
informazioni che confermano una nostra convinzione o un nostro sistema di
valori o soddisfano i nostri bisogni. Vediamo solo quello che vogliamo. Non meno pernicioso il
bias di “normalità” cioè la propensione
a sottostimare le conseguenze di un evento catastrofico o staordinario. Ne
sono, appunto, un esempio alcune reazioni alla
pandemia: la posizione dei
novax e dei negazionisti o le reazioni esasperate di quanti si sono sentiti privati della liberta
a causa delle restrizioni di qualche tempo fa. O si pensi, ancora, alla
questione ambientale e climatica. Negli ultimi anni abbiamo assistito a
siccità, uragani devastanti, abbiamo superato punti di non ritorno eppure
continuiamo a vivere come se abitassimo un mondo sostenibile. Questo accade
perché siamo portati a credere che la situazione in cui viviamo rimarrà stabile
a prescindere dal nostro comportamento perché è quello che ci fa comodo
credere.
Maria Felice Pacitto
martedì 8 giugno 2021
A sessanta anni dalla morte di Jung: un genio non sempre compreso
Carl Gustav Jung: un genio del '900
Il 6 giugno del
1961moriva Carl Gustav Jung, A 60 anni dalla sua morte il pensiero di Jung è v itale ed attuale anche per le felici
intuizioni che egli anticipò nell’ambito psicologico e della scienza trovano
conferma nell’ambito della ricerca scientifica. Eppure Jung non ha avuto vita
facile in Italia. Introdotto negli anni ‘ 40 da Cesare Pavese e òper
l’interesse della casa editrice Einaudi che fece pubblicare nel 1942 Il
problema dell’inconscio nella psicologia modernae facilitata anche dalla
presenza di Ernst Bernhard, medico ebreo allievo di Jung, trasferitoszi in
italia nel 1936 e che formeà i primi psicologi analisti iunghiani. ha segnato
via via una crescente affermazione e
rivalutazione. La traduzione ela pubblicazione dell’opera iunghiana, iniziata
negli anni ‘6o è ormai stata completata da parecchi anni, culminata nel 2010 con la pubblicazione
in italiano de Il libro rosso (o liber novus), l’evento letterario dell’anno.
Nel libro rosso, iniziato all’indomani della rottura con Freud, Jung trascrive
dal 1913 al 1930 le sue esperienze
immaginali 8sogni, fantasie, immagine che si presentavano nella sua coscienza
rischiando di travolgerlo. rappresenta il viaggio più intimo di Jung nelle
profondità dell’inconscio. IL libro rosso è un libro speciale, fuori del
comune, per le sue dimensioni e caratteristiche tipografiche. Fu infatti
scritto su carta pergamena in caratteri gotici, con capilettera miniati e
disegni di forte impatto emotivo, La traduzione rispecchia con estrema fedeltà,
è quasi una riproduzione, tali caratteristiche, Si tratta di una discesa agli inferi alla
ricerca di sé, un processo di trasformazione che porta all’uomo nuovo, processo
che per toni e contenuti ricorda lo Zaratustra di Nietzsche. Il libro rosso è
un vero processo di individuazione, concetto che è al centro della teoria
psicologica iunghiana. Individuarsi significa differenziarsi come singolo dagli
stereotipi collettivi ed adattarsi all’ambiente e ai valori culturali in modo
personale e cfreativo Il libro mostra che quando Jung si avvicina a Freud nel
Si distaccò da Freud per le molte differenze sia d’ordine
teorico che metodologico, e non solo . Aveva la sua teoria sui sogni che erano per lui la messa in scena di parti
interne del sognatore ("noi sogniamo sempre noi stessi e chi altro sennò?", diceva la mia
analista Bianca Garufi. Aveva un diverso concetto di inconscio non solo
semplicemente inteso come il pozzo nero, coagulo degli eventi psichici rimossi ma
piuttosto l’in conscio individuale affondava nell’in conscio collettivo,
l’insieme delle immagini ,i miti che caratterizzano i popoli e che ognuno
di noi eredita. Lo divideva da Freud lo scarso ruolo che egli attribuiva alla sessualità ed al trauma della
seduzione. Ma fondamentalmente diverso era l’approccio terapeutico: il
prospettivismo psicologico che faceva si chè il lavoro dell’analista fosse
determinato dalla cultura di appartenenza, dal momento storico. Egli aveva
ascoltato a Basilea le lezioni di Burkhardt lo storico del Rinascimento, Sicché
fu facile per lui cogliere l’ineliminabile connessione tra senso della storia e
sviluppo della psiche. Infine diverso era il significato che egli attribuiva alla psicoterapia. Questa più che risolvere il sintomo era intesa come un
“fare anima”, trovare il senso. Il che fa inserire Iung nella innovatività filosofica della prospettiva ermeneutica con molto anticipo su alcuni orientamenti
terapeutici contemporanei. Infine al centro era la relazione con il paziente:
teorizzò quanto fosser determinante nell’esito della terapia il controtransfert
dell’analista, il che significava andare molto oltre la presunta neutralità
dell 'analista. Per più di 25 anni
Jung analizzò 2000sogni all’anno ma sapeva che ogni interpretazione non è mai
esaustiva. E’ per questo che esortava gli allievi a studiare i simboli delle
varie culture e delle religioni perché “le nostre menti sono forgiate dalla
storia del genere umano”. Esortava pertanto a trattare il sogno come un’opera
d’arte a tener conto della storia delle immagini in cui si struttura, il luogo
in cui è messo in scena, non in modo logico e razionale
L’individuazione è per Jung un processo di
differenziazione, che tutti possono sviluppare potenzialmente e che porta
allo sviluppo della personalità individuale
Jung si interessò vivamente ai fenomeni religiosi, ai testi
sapienziali, alle pratiche ascetiche sia occidentali che orientali. Commento al
libro del Bardo Thodol, commentò gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, ma lo fece non da storico delle religioni né da antropologo
ma da psicologo sempre rimarcando la superficialità ed inutilità e falsità degli
scimmiottamenti dell’Oriente da parte degli occidentali. Jung si rivolgeva
all’Oriente perché specchiandosi in esso l’Occidente potesse fare una
necessaria autocritica rispetto alla uilateralità della sua visione
estrovertita: l’enfasi attribuita alle funzioni intellettuali e all’Io come
elemento supremo della psiche. Volgersi all’Oriente significava per lui aprirsi a
valori opposti quali appunto l’introversione, il decentramento
dell’Io,l’importanaza della vita immaginativa. Questo avrebbe dovuto
correggere l’unilateralità della coscienza e psiche occidentali e questo in
consonanza con una delle idee centrali del pensiero iunghiano: l’integrazione
degli opposti. Le persone, la società sono tanto più sane quanto più riescano
a tenere insieme tendenze e valori
opposti tra loro. Un altro motivo era l’intento di individuare al di
sotto delle diverse forme dei prodotti culturali e dei comportamenti
umani, delle strutture universali di organizzazione della psiche, le stesse che
si possono ritrovare nei sogni , nei deliri degli psicotici. Questa qualità
dell’approccio di Jung all’Oriente dovrebbe smentire l’idea di uno Jung
mistico, irrazionale. Piuttosto Jung era un “visionario” con forte capacità
intuitiva come Nietzsche ch’egli annoverava, insieme a Schopenhauer, tra i suoi
maestri, e che considerava una sorta di suo doppio. Ma nello stesso tempo da
buon kantiano era spirito empirico e scientifico: “non fare mai alcuna
supposizione, ma accertare i fatti”, “credo più ai fatti reali che alle
teorie”
Colpisce di Jung la
sterminata cultura , il suo immerggersi in campi del sapere (filosofia,
etnologia, religione, antropologia, alchimia, alla gnosi e all’ermetismo) che
riusciva a collegare, poi, alla psiche
perché il suo interesse centrale era comprendere la psiche. Ma nello tempo colpisce il suo spirito empirico che
caratterizza sia la sua teorizzazione che la pratica analitica e gli
insegnamenti impartiti agli allievi, e che va a sfatare quell’idea
convenzionale e molto diffusa, di uno
Jung mistico, appassionato di esoterismo. Ma forse il fascino e la presa che
Jung ha sul lettore risiedono proprio nella molteplicità dei suoi interessi nella complessità della sua psiche,in questo connubio tra spiritualità ed spirito empirico,




