Neuroscienze, neuroetica, filosofia della mente, psicoterapia

lunedì 8 dicembre 2014

"Hanna Arendt" il film della Von Trotta: la bomba polemica ed esplosiva suscitata dalla concezione "della banalità del male" e dalla denuncia della responsabilità dei consigli ebraici.


“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possiede né profondità né dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo…. Solo il bene è profondo e può essere radicale”(Hannah Arendt)

 

Si tratta di un film documento, tipologia cui la Von Trotta, abilissima tra l'altro nel delineare personaggi femminili, ci ha abituato. Il film ha tratta del processo di Gerusalemme istituito contro criminali di guerra Adolf Eichman, capo della sezione ebraica della Gestapo, esecutore degli ordini di Heydrich, catturato in Argentina nel 1960 dal Mossad israeliano.. Il processo, iniziato tra molte polemiche e questioni, anche, di ordine giuridico (Eichmann era già stato condannato da processo di Norimberga), fini con la condanna a morte di Eichmann impiccato nel 1962. Hannah Arendt, filosofa (1906 1975), ebrea tedesca accettò nel 1961 e non a cuore leggero la proposta del “New Yorker” di seguire come inviata il processo a Gerusalemme. La Arendt, allieva di Martin Heideggere e Karl Jaspers, aveva lasciato la Germania nel 1933 in seguito all'avvento del nazismo per emigrare, dopo varie disavventure, nel ’42 negli Stati Uniti. Qui pubblicò nel 1950   Le origini del totalitarismo, opera di grande rilievo per le ipotesi innovative che vi venivano avanzate, opera che le dette la  fama e la impose all’attenzione della comunità scientifica internazionale e del pubblico comune.  Si può dire che pochi abbiano goduto del successo e dell’acclamazione che ebbe Hanna Arendt,  richiesta dalle più prestigiose università americane e invitata per numerosi cicli di conferenze ovunque, acclamata da frotte di allievi.

      Nelle intenzioni del primo ministro, Ben Gurion, v’era  l'idea che quello dovesse essere il processo esemplare contro il nazismo che rendesse giustizia agli Ebrei. La Arendt, all’inizio convinta che Eichmann dovesse essere condannato, si rende conto, una volta giunta a Gerusalemme,della forte componente ideologica che accompagnava  il processo e del rischio che lo stato di Israele si sviluppasse intorno alla retorica dell’olocausto. Mette da parte qualsiasi pregiudizio e si avvicina ad Eichmann con quell’impegno di capire ed indagare, senza alcun preconcetto, che aveva contraddistinto la sua ricerca e la portava ad assumere posizioni radicali.  Ciò che la sconvolge è scoprire la “normalità” di Eichman che rompeva con gli schemi e l'immaginario della malvagità e diabolicità dei criminali nazisti. Eichmann  non era un uomo diabolico ma piuttosto un uomo mediocre, ordinario, incapace di pensare, ubbidiente agli ordini, impeccabile organizzatore dei trasporti della morte, un efficiente burocrate. La Arendt impiegò quasi due anni a redigere il reportage che sarebbe uscito sul New Yorker e da cui sarebbe poi stata tratta la versione- libro  La banalità del male. Il concetto della banalità del male andrà in circolo anche se mal interpretato. (Questo sarà precisato dalla Arendt in una conversazione radiofonica del’64 con Joachim Fest) Il libro, uscito in Israele nel 1963 e l'anno successivo in Germania e in Italia, destò  un’ enorme polemica soprattutto  nelle comunità ebraiche. Che cosa ne aveva offeso la suscettibilità? Il modo in cui  Eichmann era stato definito, appunto un essere “normale”, ma, soprattutto, l'accenno fatto alla corresponsabilità dei consigli ebraici nella deportazione degli Ebrei. Si rischiava in questo modo di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici e ridurre le colpe di Eichmann.Si trattava, per gli Ebrei,  del loro onore e gli Ebrei avevano una forte resistenza a fare i conti con questo aspetto buio del loro passato.La Arendt fu accusata di essere incapace di amore per il suo popolo, fu accusata addirittura di aver  calunniato gli ebrei per scagionare i nazisti. Fu abbandonata da molti amici. Anche il filosofo Hans Jonas, il compagno di studi universitari, prese le distanze. I rabbini delle comunità ebraiche americane le predicarono contro. Insomma una grande polemica che la Arendt non seppe e,per alcuni versi,  non volle gestire. Le rimasero accanto,prendendo le sue difese apertamente, Bruno Bettlheim, Mary McCarthy, Karl Jaspers.

Maria Felice Pacitto

domenica 9 novembre 2014

"Eichmann o la banalità del male":.Il centro di psicologia Umanistica ed Analisi fenomenologico-Esistenziale presenta il film :"Hannah Arendt", Dibattitto con i proff. Giuseppe grilli, Fausto Pellecchia, Maria Felice Pacitto


Il Centro di "Psicologia Umanistica ed Analisi Fenomenologico-Esistenziale"
presenta
"Eichmann o la banalità del male
per l'occasione verrà proiettato il film 

 “Hannah Arendt”

Di Margharete Von Trotta

                                                     Venerdì  14 Novembre ore 16

                                                                Sala San Benedetto

                                                     Banca Popolare del Cassinate

 Intervengono:

Prof. Giuseppe Grilli (Università  Roma 3)

Prof. Fausto Pellecchia (docente  Ermeneutica filosofica)

Dott. Maria Felice Pacitto (psicologa psicoterapeuta)

 

lunedì 3 novembre 2014

Neuroscienze.La memoria:ciò che ci consente di essere noi stessi


Neuroscienze.La memoria: ciò che ci consente di essere noi stessi

  “Siamo ciò che siamo in virtù di ciò che abbiamo imparato e di ciò che ricordiamo” così dice Eric Kandel, uno dei più grandi neuroscienziati contemporanei , premio Nobel nel 2000 per la scoperta dei meccanismi alla base della plasticità neuronale strettamente collegati all’apprendimento e cioè al fare esperienza e ai processi di memorizzazione. Della memoria, oggi, si sa abbastanza anche se non ancora a sufficienza. Essa è una funzione fondamentale per la vita psichica e per la vita in generale. Preposta ai processi di apprendimento e, dunque, alla acquisizione della esperienza, consente la formazione della nostra identità. Che cosa saremmo se non ricordassimo il nostro passato, remoto e più vicino, fatto di relazioni umane, di eventi significativi per noi, di atti da noi compiuti, di credenze,ecc.. Nulla assolutamente nulla. Ne abbiamo una conferma da ciò che accade nelle persone affette da Alzheimer, nelle quali la memoria, appunto, si disintegra.  La memoria dunque è la  nostra identità. E’ per questo che ci allarmiamo per una semplice dimenticanza. L’invecchiamento determina un deterioramento nelle abilità di memoria  e, talora, anche dei processi cognitivi a causa della perdita di neuroni e della riduzione del numero di sinapsi. Ma non per tutti, per il semplice fatto che il cervello ha delle strategie di compensazione . Infatti il numero di neuroni posseduto è di gran lunga superiore a quello usato e necessario al funzionamento psichico. Pertanto un buon numero di neuroni  funge da riserva e subentra a quelle che degenerano. Inoltre il cervello è plastico, ha la possibilità di rimodellarsi grazie agli stimoli ambientali  stabilendo nuove connessioni sinaptiche e creando nuovi circuiti cerebrali.  Infine la neuro genesi: una volta si pensava che il numero di neuroni posseduto era quello avuto in dotazone alla nascita. Oggi si sa invece che il cervello continua a rigenerarsi  ( in alcune zone specifiche)in età adulta sempre sotto l’azione degli stimoli ambientali cioè del fare esperienza. La neuro genesi adulta si verifica alcune zone:  ventricoli e ippocampo. Allora se l’ippocampo ha un ruolo determinante nella stabilizzazione della memoria a lungo termine e se è ancge la sede della neurogenesi significa che devo mettere sempre nuova carne a cuocere, devo sempre apprendere se per far nascere nuovi neuroni e mantenere il mio cervello in ottime condizioni ovvero per “invecchiare con successo”, cosa che dovrebbe essere l’obiettivo di ciascuno di noi. Ma bisogna pensarci fin da giovani!

venerdì 10 ottobre 2014

Neuroscienze. La memoria: "Il cervello, usalo al meglio!"

                                                       Psiche e cervello
                    
                                 La memoria
               "Il cervello, usalo al meglio"
          
                              mercoledì ore 17 e30
                    sala diàlogos- via Molise,4, Cassino


Per informazioni: "Centro Psicologia Umanistica e analisi Fenomenologico-Esistenziale"
email: mariafelice@humanistic-psyc.it

mercoledì 1 ottobre 2014

Eugene Bleuler e la macchina di Turing


E’ stato rieditato da La Scuola Editrice- Brescia il trattato di psichiatria di Eugen Bleuler che risale al 1916. Tre anni prima Karl Jaspers  aveva pubblicato la sua Psicopatologia. Bleuler, che aveva accolto come suo collaboratore Carl Gustav Jung, fu tra i primi non ebrei ad iscriversi alla Società psicoanalitica attribuendole l’imprimatur della scienza ufficiale. Questo la dice lunga sulla innovatività ed apertura di questo scienziato della mente.  Di Bleuler si narra un aneddoto: in tempi in cui i disturbi psichici gravi erano curati con pratiche di una violenza inaudita (non c’erano ancora gli psicofarmaci), Bleuler aveva introdotto l’ergoterapia.  Un giorno un gruppo di malati fu condotto in un bosco per tagliare la legna. Solo giunti sul luogo ci si rese conto che si erano affidate a persone non in grado di gestire le proprie emozioni strumenti che avrebbero potuto essere vere e proprie armi pericolose. Non successe nulla.Oggi diremmo che la fiducia, magari l’empatia, aveva sicuramente modulato  il loro comportamento.Il Trattato di Psichiatria di Bleuler , magistralmente recensito in una rubrica del Sole 24Ore di qualche tempo fa dal prof. Linciardi, è stato uno dei primi libri del settore che io, da adolescente appassionata di mente e cervello, ho letto appena tradotto in italiano nella collana Feltrinelli.Mi colpì soprattutto l’attenzione che Bleuler dava allo stile espressivo dei pazienti  come sussidio per la diagnosi: si notavano l’espressività, le divagazioni, le allitterazioni, le iperboli, i giochi di parole. Ma soprattutto mi colpì il fatto che Bleuler valutasse il patrimonio cognitivo attraverso un semplice test : chiedeva al soggetto di riassumere un racconto o una storia  appena letta . Si valutava la capacità dl soggetto di enucleare l’essenziale, la capacità di coglierne il senso. Infine si consigliava di intavolare un discorso su alcuni argomenti astratti (il lavoro, la bellezza, lo Stato, ecc..) Non era una sorta di test di Turing avant lettre?