Neuroscienze, neuroetica, filosofia della mente, psicoterapia

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martedì 31 marzo 2020

La paura in tempo di coronavirus


La paura, come le altre emozioni di base, è una reazione naturale del nostro organismo ma con una funzione particolare quella di salvaguardare la nostra sopravvivenza. Si può provare ad immaginare cosa succederebbe se ne fossimo privi: semplicemente non riusciremmo a difenderci da pericoli e stimoli  nocicettivi. Responsabile della paura è un nucleo cerebrale, l’amigdala, bene allocata nel sistema limbico, al di sotto della corteccia e all’altezza del lobo temporale. Le informazioni sensoriali pericolose arrivano, attraverso una via breve, direttamente all’amigdala che immediatamente ci avvisa del pericolo. Supponiamo di passeggiare attraverso un bosco: vediamo improvvisamente sul sentiero un qualcosa di lungo e scuro. La nostra reazione è istintiva ed immediata: arretriamo perché temiamo di esserci imbattuti in un serpente. Poi. Magari, a distanza, ci fermiamo, osserviamo meglio e ci rendiamo conto che si tratta semplicemente di un  bastoncello. A questo punto abbiamo attivato la “via lunga” cioè quella che dallo stimolo periferico arriva fino alla corteccia la quale ci aiuta a valutare e  lucidamente la situazione. Noi ovviamente abbiamo bisogno di entrambi i meccanismi. Quello legato all’amigdala che ci protegge in situazioni di pericolo in cui la nostra risposte deve essere immediata e  quello di tipo riflessivo,legato a circuiti corticali, che ci aiutano, in situazioni di pericolo, a fare giuste valutazioni e ad agire di conseguenza senza lasciarci prendere dal panico.

venerdì 13 marzo 2020

Che cos'e' la paura? "la paura è la cosa di cui ho più paura" Montaigne


Che cos’è la paura?
La paura è la cosa di cui ho più paura!  (Montaigne)

La paura è un’emozione molto potente ed utile, selezionata evoluzionisticamente per proteggerci. Ha il suo correlato neurale nell’amigdala, un formazione cerebrale che si trova nel sistema limbico, zona cerebrale fondamentale per le emozioni. L’amigdala è coinvolta anche con l’aggressività, altra emozione che ha una funzione difensiva. Per far parte del nostro corredo biologico significa che è di estrema importanza per la nostra sopravvivenza. Magari l’aggressività era più utile nei tempi remoti quando l’uomo doveva difendersi da animali predatori, Ma oggi non ha più quella funzione. Sigmund Freud ci insegna che l’uomo fece un gran passo avanti nel suo processo di civilizzazione quando sostituì la clava con la parola! Ma l’evoluzione  non è perfetta! Per cui l’amigdala che ci avvisa tramite, la paura, dei pericoli ci fa diventare, in alcuni casi,  molto aggressivi mettendo in pericolo noi e gli altri.
Ma torniamo alla paura. Essa è utile se proporzionata ai pericoli reali che noi incontriamo nella vita. Ma a volte ci vengono proposte dai media situazioni che vengono ingigantite dalla rete per cui la paura rischia di diventare panico. Questo si sviluppa quando ci troviamo dinanzi a situazioni sconosciute o su cui v’è una inadeguata informazione. Anche un eccesso di ridondante informazione può determinare una situazione di allarme che sfocia facilmente nel panico. E’ ciò che si sta verificando attualmente per il coronavirus.
L’errore più facile che si può commettere dinanzi a queste situazioni è o sottovalutare il pericolo o di sopravvalutarlo.
Seguiamo almeno tre regole:
-stiamo ai fatti oggettivi
-seguiamo solo fonti di informazione attendibili ed ufficiali
-riduciamo la sovraesposizione alle informazioni dei media
Il panico ci rende irrazionali e induce a comportamenti discutibili, egoisatici ed antisociali.

martedì 31 luglio 2018

IL disturbo posttraumatico da stress (DPTS), i bambini salvati in Thailandia e la Mindfulness. Che cos'è, come si cura


Il disturbo postraumatico da stress (DPTS) , i bambini salvati in Thailandia e la MIndfulness . Che cos’è e come curarlo.



Il disturbo post-traumatico da stress è una forma di disagio che si sviluppa in seguito ad esperienze fortemente traumatiche. Esso può verificarsi a qualsiasi età e per molteplici eventi drammatici: abusi e violenze sessuali, esposizione a violenza organizzata (condizione di rifugiati, guerre), partecipazione a forme estreme di violenza organizzata (combattimenti assalti di guerra), incidenti automobilistici, disastri naturali (terremoti, alluvioni,ecc…), perdite (lutto, separazione).. Può verificarsi anche in seguito  ad esposizione continua a moduli educativi violenti. Noto già dagli inizi del novecento perché presentato dai reduci della prima guerra mondiale (una guerra unica allora per le sue caratteristiche e per i livelli di sofferenza indotti sulle truppe costrette per mesi ed anni nelle trincee,  per la durezza dei generali, per l’equipaggiamento inadeguato, ecc…)suscitò un forte interesse all’indomani della guerra del Vietnam in quanto ne erano afflitti la maggior parte dei reduci. Ne sono una chiara e drammatica espressione i films  Apocalypse Now,Iil Cacciatore. Da quel momento è stato fortemente studiato grazie anche alle nuove tecnologie di indagine dei meccanismi cerebrali coinvolti. Ultimamente si è ritornati a parlarne a proposito del caso dei 12 ragazzini e del loro allenatore rimasti intrappolati in una grotta in Thailandia e poi salvati. Tutti gli addetti ai lavori si sono chiesti se come e quanto i ragazzi possano presentare anche a distanza di tempo sintomi emotivi, cognitivi,  comportamentali e fisici a causa della terribile esperienza vissuta.

domenica 18 giugno 2017

"Come nascono le emozioni e come evolvono nel corso della vita": Maria Felice Pacitto al lII convegno di "Neuroetica e filosofia delle Neuroscienze" a Cassino


Report della dott.ssa Maria Felice  Pacitto: "Come nascono le emozioni e come evolvono nel corso della vita" ( L’esposizione della problematicità dello studio delle emozioni, una rassegna delle principali teorie psicologiche e neurofisiologiche delle emozioni, l’ evoluzione delle emozioni durante il ciclo vitale il  collegamento dei risultati della ricerca al quotidiano ).


 Le emozioni sono state poco studiate perché difficili da studiare: per l’ambiguità del linguaggio con il quale si esprimono le emozioni, per l’estrema soggettività dell’esperienza emotiva, per vincoli di natura etica. Per molto tempo la stessa parola emozione è stata bandita dalla ricerca psicologica: si preferiva parlare di stress, frustrazione, aggressività, conflitto. Condizioni emotive molto studiate fin dagli anni ’20 del ‘900. Lo studio delle emozioni pone una serie di problemi: il resoconto verbale del soggetto sperimentale esprime veramente vissuto soggettivo? La descrizione del proprio stato emotivo da parte del soggetto sperimentale, può modificare il processo osservato? Un’altra complicazione deriva dal fatto  che non sempre le emozioni vengono sperimentate allo stato puro: spesso ci troviamo dinanzi alla commistione di vissuti emotivi complessi, caratterizzati da diverse tonalità emotive. Difficile è, infine,  indurre esperienze emotivi reali in laboratorio. Le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra individuale e relazionale: ogni nostro andare verso il mondo  è sempre un andare verso connotato da una tonalità emotiva  che esprime attraverso l’espressione facciale, la postura del corpo, il tono della voce.

lunedì 22 luglio 2013

"Emozioni tossiche": aggressività e violenza

Un omicidio o un atto di violenza estrema origina quasi sempre da una frustrazione o da una situazione di impotenza. Ma non tutti gli omicidi e gli atti di violenza sono uguali. Se alcuni sono commessi sotto l'azione di un forte impulso rabbioso, altri sono agiti in seguito ad un freddo ragionamento e ad un preciso calcolo. Ci sono quelli che uccidono o compiono il male a "sangue caldo" e quelli che lo fanno a "sangue freddo". molti di quest'ultimi sono psicopatici. Le nuove tecniche non invasive di neuroimaging (IRMf,PET, ecc..), le neuroscienze, la genetica, lo studio dei soggetti criminali, ci hanno permesso di fare notevoli passi avanti nella conoscenza del funzionamento del nostro cervello. nei soggetti "violenti caldi" si riscontra una forte attivazione dell'amigdala, che è una struttura che si trova nel sistema limbico (il cosiddetto cervello emotivo) e che ha un ruolo determinante nei processi emotivi. Nei soggetti violenti e criminosi l'amigdala dinanzi ad un determinato stimolo o in una certa situazione "spara"  (si attiva) velocemente  e i lobi frontali (le strutture deputate alle funzioni più specificamente umane: ragionamento, decisionalità, ecc...) non riescono ad esercitare quella funzione inibitrice che è necessaria alla stabilità della nostra personalità e al controllo dei nostri impulsi. Perché? Per una serie di motivi: perché possono esservi lesioni cerebrali, tumori, disfunzioni o scompensi dei modulatori chimici cerebrali, ecc... Ma a me piace sottolineare il ruolo dell'educazione. Non tutti i cervelli sono uguali. La differenza è dovuta alla diversa tipologia di stimoli ambientali ed educativi cui siamo stati sottoposti sin da bambini, ai diversi apprendimenti che abbiamo avuto occasione di sviluppare. Tutte le nostre esperienze determinano, infatti, la formazione di determinati circuiti cerebrali, l'intensificazione delle connessioni in determinate aeree piuttosto che in altre. E' presumibile che i soggetti criminosi siano vissuti in ambienti violenti, deprivati emotivamente, culturalmente o eticamente, il che avrebbe facilitato la sollecitazione dell'amigdala e dell'ipotalamo, responsabili delle condotte aggressive. tale sollecitazione tende a rimanere stabile nella vita a meno che non subentrino processi rieducativi profondi o, anche, una psicoterapia. tutto questo la dice lunga sul ruolo dell'educazione come fattore determinante nella prevenzione della criminalità e della violenza(Per approfondire: "Emozioni tossiche"in "Buoni si nasce soggetti etici si diventa. la costruzione della mente etica tra neuroscienze, filosofia, psicologia,Ed. Pendragon, Bologna)